Aprile 30, 2008

Beppe Grillo e la vendetta dei puri

O ANCHE: VI RICORDATE ANCORA DEL VECCHIO GUY?

L’unica passione della mia vita è stata la paura

(Thomas Hobbes)

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Voglio premettere a qualunque altra considerazione alcune note preliminari che, spero, aiuteranno una corretta comprensione di ciò che segue; e cioè:

  1. Ho firmato il primo appello di Beppre Grillo l’8 settembre 2007 e il secondo venerdì scorso 25 aprile in Piazza San Carlo a Torino;
  2. Non sono un giornalista. Ho collaborato e collaboro con alcune riviste e webzine dal carattere assolutamente indipendente. Nella mia vita ho pubblicato un solo articolo di carattere politico rintracciabile a questo indirizzo
  3. Non ho mai avuto a che fare, e non ho tuttora a che fare, con nessuna delle istituzioni e delle aziende criticate dal movimento di Grillo. Non sono tesserato a nessun partito, non faccio parte di nessun ordine professionale;
  4. Ho ventidue anni e mi sto laureando alla triennale di lettere all’Università di Torino.

Detto questo posso cominciare ad esporre quanto segue.

L’enorme polemica mediatica che aveva seguito il primo V-Day (settembre 2007) aveva posto sul piatto della discussione politica una serie di interessanti argomenti riguardanti lo stato di salute delle istituzioni, i principi fondanti della nostra democrazia, la partecipazione giovanile negli affari della cosa pubblica. L’establishment politico aveva attaccato il movimento dei “grillini” segnandolo con il marchio infame dell’“antipolitica”, mentre (quella che dovrebbe essere) l’élite culturale aveva dimostrato una volta di più la propria insussistenza ontologica guardandosi bene dall’esprimere un’opinione chiara e seria a riguardo. Il dibattito era finito (come al solito) nelle mani di Bruno Vespa, relegato agli slogan dei nostri telegiornali sensazionalistici, e i pochi intellettuali che avevano veramente qualcosa da dire (per esempio Giovanni Sartori) semplicemente non erano stati presi in considerazione. Nonostante tutto questo (sempre posto che esista davvero un nonostante tutto questo) la discussione aveva in sè vari nuclei di interesse che sarebbe il caso di riprendere, oggi, a pochi giorni dal secondo V-Day tenutosi a Torino lo scorso 25 aprile.
L’argomento che mi interessa di più discutere è ciò che i media, con una formula facile, hanno definito “antipolitica”. Comincio subito con il dire che il termine non soltanto arreca in sè ambiguità (cosa vuole dire esattamente “antipolitica”?), ma soprattutto palesa un’arroganza della casta politico-culturale piuttosto preoccupante: dire che Grillo fa “antipolitica” significa, stando ai fatti, dire che la politica è solo e soltanto quella fatta dai partiti. Ad un primo sguardo, questo sembrerebbe l’atteggiamento di un bambino egoista che possiede una palla e dice agli altri bambini: “la palla è mia, o giochiamo come voglio io oppure non giochiamo”. Ma nasconde di più. Una definzione ampia e accurata del termine “politca” è fornita da wikipedia italia:


la politica è quell’attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo - da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere - è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l’interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo (fonte)


Esistono in effetti altri significati del termine “politica”, più inerenti alle forme di governo istituzionale e all’attività delle camere – ad ogni modo nessuno dei politici e dei giornalisti che ha parlato di “antipolitica” si è curato di fare le dovute distinzioni. Ne consegue che dire, come è stato detto, che la politica è dominio esclusivo dei partiti significa esprimere a gran voce (e con compiacimento) lo scollamento sempre maggiore tra l’istituzione e la base popolare che ne legittima l’esistenza: è l’atto (lessicalmente) estremo della partitocrazia che, per autoconservarsi, si arroga il diritto di decidere cosa sia e cosa non sia l’impegno politico. Tutto questo non è infantile – è un errore che i nostri governanti non possono permettersi di fare.
Appurato questo punto, e spogliato il concetto della sua sovrastruttura lessicale, il nucleo del problema rimane; per comodità, potremmo esporlo in questa forma interrogativa: quello che Grillo cerca di fare, con il suo movimento e il suo impegno, è di dare nuova vita alla nostra democrazia malata? Sta lavorando per migliorare un sistema democratico, il nostro, corroso da anni di partitocrazia selvaggia, devastato da clientelismi e infiltrazioni mafiose, pervaso dalle spinte centripete di poteri economici e parastatali – o sta facendo qualcosa di più, e di diverso? In questo caso, che cosa esattamente sta facendo Beppe Grillo? Cos’è esattamente un V-Day?
La questione è complessa e cercherò di affrontarla nella maniera che mi è più congeniale – cioè attaccandola dai lati. Pochi anni fa è uscito un film di grandissimo interesse sociologico, anche, ma non solo, per l’ampia distribuzione a cui era fin da subito destinato: V for Vendetta di James McTeigue. Senza entrare nello specifico della trama e tralasciando completamente qualunque considerazione di tipo artistico, è d’obbligo ricordare che V for Vendetta era un film che si basava su uno dei costrutti tipici di ciò che gli storici chiamano “antimodernismo”, e cioè il rifiuto della democrazia parlamentare. Dato che mi sto occupando (insieme ad un caro amico, il professor Mario Gamba) della stesura di un lavoro che ha come tema proprio l’antimodernismo, un film come questo non poteva lasciarmi indifferente, soprattutto per una serie di aspetti che cercherò di approfondire in questo articolo.
Naturalmente trattare in questa sede di cosa si intenda con il termine “antimodernismo” sarebbe troppo lungo; rimando per approfondimenti ad un qualsiasi dizionario di politica. Quello di cui mi interessa parlare, comunque, è la scena finale del film in questione (chi sa di cosa sto parlando la ricorderà certamente, gli altri possono trovarla qui): mi riferisco all’esplosione del parlamento inglese per mano del protagonista, un vendicatore mascherato che si fa portavoce del malessere generale della popolazione nei confronti di un sistema politico corrotto e autoritario che ricorda da vicino i grandi totalitarismi del Novecento. Ora, il parlamento inglese che esplode fa pensare a chiunque sia dotato di una seppurminima coscienza storica ad un grande precedente (peraltro esplicitamente citato nel film), ovvero l’attentato dinamitardo (fallito) di Guy Fawkes alla House of Lords nel 1605. La storia del “vecchio Guy” è, almeno nei suoi tratti essenziali, rintracciabile qui, o in maniera più approfondita qui.
I fatti essenziali per il nostro discorso, comunque, possono essere riassunti in 4 punti:

  1. Guy Fawkes era un cattolico. In effetti era un estremista cattolico che considerava pura la propria anima e pura la propria religione – e in nome di questa purezza aveva deciso bene di far saltare il parlamento, non riuscendo, probabilmente, a far saltare anche il re;
  2. Guy Fawkes aveva deciso di far saltare il parlamento perchè si opponeva ad una complessa manovra di modernizzazione e laicizzazione dello stato inglese; in questo senso la sua “congiura delle polveri” aveva un chiaro e spiccato senso antimodernista;
  3. L’esperienza di Guy Fawkes ha avuto parecchia fortuna nella storia culturale e artistica occidentale. In un periodo di enorme sfiducia nel sistema democratico parlamentare (gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale) T. S. Eliot gli dedicherà l’epigrafe a The hollow men, un’epigrafe che recita letteralmente così: A penny for the Old Guy;
  4. La ripresa dell’esperienza di Fawkes in un film destinato ad un larghissimo pubblico come V for Vendetta non può che significare, se già non l’avessimo capito, che il mondo contemporaneo vive un sentimento di fastidio e di sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche molto simile (per certi versi troppo simile) a quello che attraversava l’Europa nel ventennio nero degli anni 20 e 30 del Novecento.

Bene, potrebbe obiettare qualcuno, e cosa c’entra tutto questo con Beppe Grillo e con il V-Day? Quale legame intercorre tra un kolossal hollywoodiano, un dinamitardo cattolico del ‘600, e le nuove forme della politica extraparlamentare italiana?
La connessione si pone ad un livello innanzitutto visuale, di immagini: il logo con cui è stato pubblicizzato V for Vendetta (una V rosso sangue in campo nero) assomoglia molto al logo scelto da Beppe Grillo e dal suo staff per presentare il secondo V-Day; gli assomiglia così tanto che spesso, su siti e riviste, i sostenitori di Grillo hanno compiuto la sovrapposizione che era implicita nelle scelte “ufficiali” del movimento “grillino”. Ecco qui di seguito a che cosa esattamente mi riferisco:

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Ora, chiunque può capire che un certo tipo di scelte a livello comunicativo non sono casuali e anzi veicolano più profondi significati. Dunque la domanda che viene a porsi diventa: cosa intende dirci Beppe Grillo scegliendo di comunicarci V for Vendetta, e, per traslato, Guy Fawkes? Ci sta dicendo: “lottiamo insieme per una democrazia migliore”, oppure ci sta dicendo: “siamo stufi delle istituzioni (e quindi necessariamente anche della democrazia, visto che di questo si parla in Italia, seppure con molte doversoe eccezioni) punto e basta”? Oppure ci sta dicendo entrambe le cose, con un procedimento ambiguo e forse, questa volta, non del tutto conscio e intenzionale? Se è vero che il gesto del nostro “vecchio Guy” non potrebbe in nessun modo essere inteso come un atto specificamente “antidemocratico” (la democrazia inglese del ‘600 aveva poco a che vedere con la democrazia come la conosciamo nel 2008), è anche indubbio che la rilettura operata da McTeigue in V for Vendetta finiva con l’assumere, e volontariamente, esattamente questo significato. E Beppe Grillo, non citando direttamente Guy Fawkes ma il film di McTeigue, non può in nessuna maniera sottrarsi al peso di questa intenzionalità: le immagini, esattamente come le parole, sono molto importanti – e vengono sempre usate con un preciso scopo e una precisa volontà comunicativa.
È in questo senso che il discorso su quella che impropriamente (peggio: malevolmente) viene detta “antipolitica” torna in primo piano. Ora, sappiamo o dovremmo sapere tutti che le “eccezioni” di cui parlavo sopra riguardo alla democrazia italiana non sono cose da poco. Come l’Unione Europea ricorda spesso, ed evidentemente invano, l’Italia sta alla democrazia come quei soggetti che la psicanalisi definisce “borderline” stanno al benessere mentale: la situazione non è ancora esplosa (andiamo a votare regolarmente) ma potrebbe farlo da un momento all’altro; la facciata regge, ma i sintomi si aggravano di giorno in giorno. Mi sembra dunque chiaro che nell’analizzare la situazione del movimento “grillino” sia necessario distinguere due piani: uno, che mi appare come decisamente positivo, in cui un grosso movimento popolare e de-ideologizzato si sta muovendo per ricordare alla democrazia italiana il suo stato di malessere, e si sta attivando, con strumenti democratici (il 25 aprile si raccoglievano firme per un referendum) per modificare in senso positivo la situazione esistente; e uno, più oscuro e strisciante, che ha molto più a che vedere con i significati reconditi di quella V rossa in campo nero, e che, a mio avviso, rappresenta un grosso rischio non soltanto per i sostenitori di Beppe Grillo, ma, in ultima analisi, per tutto il Paese.
Quello che voglio dire è che l’ambiguità (o meglio la polivalenza semantica) delle strategie comunicative di Grillo rischiano di produrre, se non hanno già prodotto, un pericoloso effetto collaterale. Dire che la casta politica è corrotta, senza mediazioni nè distinzioni, sortisce certamente l’effetto di radunare un malessere più che legittimo e di veicolarne le potenzialità in azione politica; ma ha il difetto (a mio parere imperdonabile) di non porre dei limiti all’azione stessa. Sappiamo tutti che la situazione politica mondiale è instabile, sappiamo che spinte centripete e veramente “antidemocratiche” arrivano da ogni parte: gli opposti estremi di sinistra e destra (dalle frange estreme della sinistra “autonoma” fino ai neonazisti), il terrorismo nazionale e quello internazionale; per restare nel giardino di casa basti pensare ai leghisti che minacciano (l’hanno rifatto pochi giorni fa) di “imbracciare i fucili”, oppure all’opinione comune di chi ha votato Berlusconi secondo la quale un mafioso (nello specifico Mangano) che non parla in carcere è da considerarsi un eroe e non, come da dizionario, un omertoso. Tutto questo ha un nome: rifiuto per le istituzioni democratiche. La scena finale di V for Vendetta ha un nome – lo stesso. Lo stesso nome, e lo stesso sentimento, sono quelli (e chiunque affronti il passato storico di questo continente senza pregiudizi ideologici sarà concorde nell’ammetterlo) che hanno trascinato l’Europa verso il caos delle guerre mondiali, verso il fascismo, verso Auschwitz e verso i gulag.
Ora (e sia chiaro) non voglio assolutamente dire che Beppe Grillo è un fascista (come pure è stato detto) nè che sta lanciando al Paese un messaggio antidemocratico – se pensassi questo non avrei firmato entrambi i suoi appelli. Quello che voglio dire è che un messaggio come quello che Beppe Grillo sta comunicando ora alla moltitudine di italiani giustamente esasperati può diventare, se non lo si tiene sotto stretto controllo, molto pericoloso. Perchè parlare ad una massa (e quella del 25 aprile in Piazza San Carlo era una massa) è molto complesso, e sappiamo bene (la storia lo insegna) che uno stesso messaggio lanciato ad una massa viene interpretato da alcuni in maniera positiva e propositiva, da altri (anche se si trattasse di una minoranza) in maniera radicalmente distruttiva. Avevano torto le BR ad esprimere il malessere di migliaia di giovani schiacciati dall’economia neoliberista e da un sistema politico che li aveva scordati? No. Ma avevano ragione le BR quando uccidevano giornalisti innocenti che avevano come unica colpa quella di raccontare la verità? Di nuovo no. Un discorso simile potrebbe essere fatto tanto per il fascismo quanto per il marxismo-leninismo, tanto per la questione israeliana quanto per il terrorismo internazionale – è esattamente la scollatura che nasce tra mezzi e fini, tra Idea e Realtà – ed è esattamente quello che voglio dire.
Beppe Grillo, in questo momento, ha nelle sue mani una grandissima responsabilità – ed è necessario che ne sia conscio. Con il suo movimento potrebbe davvero, forse, cambiare le sorti di questo Paese che ancora una volta sembra sprofondare nel qualunquismo, nella connivenza mafiosa, nell’illegalità endemica del suo sistema mediatico e dei suoi meccanismi clientelari. Ma deve fare molta attenzione al fatto che la massa è formata di esseri umani, e gli esseri umani a volte fanno cose strane. La pretesa della purezza (loro sono corrotti, noi noi; loro sono antidemocratici, noi no; loro sbagliano, noi abbiamo ragione) è sempre stato, nel corso dei secoli, l’inizio della distruzione, dell’intolleranza, della violenza – pensate un po’, a questo punto, al vecchio Guy Fawkes. Nell’insoddifazione generale, nella violenza repressa di un mondo stremato da paure inesistenti (se non mi voti torna Bin Laden) e da modelli irraggiungibili (l’imperativo categorico è young cool and sexy), nel nichilismo di una popolazione “disempowered” perchè si sente impotetnte (e di conseguenza rischia di diventare violenta alla sola promessa del potere) e che è stata impotente, in effetti, per quindici anni, davanti a Falcone e Borsellino, a Travaglio e Biagi cacciati dalla Tv, alla legge Gasparri (ma anche alla truffa dell’11 settembre, a Giuliani ammazzato a Genova, davanti al lavoro precario e al capitalismo selvaggio) in questa situazione, insomma, il messaggio di V for Vendetta, il parlamento che esplode, può assumere significati nefasti.
A tutti noi (e non solo a Beppe Grillo) il compito di far sì che la democrazia cambi – senza esplodere – e risorga nuova e, finalmente, più democratica.

Gianluca Didino

orgone5@gmail.com

Aprile 12, 2008

custer

I.

Madamadorè aveva molte belle figlie, la signora Lucia solo due e per giunta maschi. Due maschi e nessuna femmina: non era quello che si aspettava dalla vita. Aveva maledetto gli spermatozoi traditori per anni, e alla fine era riuscita a strappare l’erbaccia alla radice - suo marito cioè se n’era andato di casa. Ma intanto gli spermatozoi si erano fatti figli adolescenti e suo marito (adesso che ne avrebbe avuto bisogno) nemmeno le rispondeva al telefono. A volte si chiedeva che fine avesse fatto. Ma la domanda era seguita da un brevissimo rigurgito d’astio e poi da una rimozione totale del problema. Marito? Quale marito? Da cinque anni raccontava alle amiche che era partito per un lungo viaggio d’affari. E il suo sorriso era tanto disarmante, tanto infinitamente pacato, che nessuno sollevava obiezioni. Contenta lei, pensavano. E lei, dalla sua, era fermamente convinta di essere contenta. Il fatto indesiderato, semplicemente, non era mai accaduto.
Il marito della signora Lucia era un commerciante di polli ma aveva sempre creduto di essere un cowboy. Amava due cose nella vita: l’America e i cavalli. In America non c’era mai stato e a cavallo c’era salito solo una volta in vita sua, da piccolo, nella fattoria di uno zio che faceva il contadino nel Monferrato. Ma questo alla fine dei conti non importava. I mercati del Piemonte erano fiere campestri del vecchio Colorado, e il camion su cui passava i tre quinti della sua vita un bel baio sbuffante. Nella cabina del cavallo erano appese foto delle riserve indiane dell’Oklahoma - e questa era una cosa che sua moglie considerava giusta. Niente donne nude, santini o sciarpe di squadre di calcio. Lei lo apprezzava. Quello che non apprezzava molto era la sua smania per i lunghi viaggi, i suoi discorsi sulla “libertà” e sulla “bellezza” di una vita senza meta. Lei aveva bisogno di mete, di luoghi fissi e di certezze. Non amava il movimento e si dimostrava vagamente infastidita dallo scorrere del tempo. “Anche i tuoi indiani”, gli diceva ogni tanto, “avevano le loro riserve. Giravano e giravano e poi un giorno decidevano di fermarsi e di non muoversi più”. Lui non capiva, oppure capiva ma non voleva rassegnarsi. Poi una notte di dicembre aveva infilato qualche vestito in valigia, era salito sul camion e nessuno in paese l’aveva più rivisto.
A quei tempi comunque era già successo tutto: i due figli avevano varcato le soglie dell’infanzia per infilarsi nel roveto dell’adolescenza e la signora Lucia aveva già rilevato il negozio. Il negozio si chiamava “Madamadorè” e vendeva ninnoli. Prima di passare alla signora Lucia era stato di sua madre e prima ancora della madre di sua madre e così via fino ai primi anni dell’800. Da quasi due secoli insomma il “Madamadorè” vendeva ninnoli. Ma soprattutto (ed era questa la cosa più straordinaria) per quasi due secoli il negozio si era conservato esattamente identico a sè stesso. Aveva raggiunto la sua forma compiuta sotto il regno dei Savoia ed era rimasto incolume a tutto: al Fascismo, alla Democrazia Cristiana, alla deregulation e a Saddam. Era un negozio abbastanza vecchio e rispettabile per ignorare la Tv commerciale e l’information overloading. Per lui la Storia non era accaduta - o tutto in lui faceva pensare ad uno sforzo titanico per scordarla.
La gente in paese conosceva il “Madamadorè” e conosceva la signora Lucia e li rispettava entrambi per gli stessi motivi: il decoro e la raffinatezza, e anche una forma un po’ melensa di cortesia, zuccherosa e per questo molto gradita da chiunque deprecasse la mancanza di educazione del mondo contemporaneo. Di ninnoli in realtà non ne comprava più nessuno, ma era sempre un buon luogo per fare due chiacchiere e ricaricare le batterie emotive. La signora Lucia comunque era benestante di famiglia, e non doveva preoccuparsi dei guadagni. Se andava tutte le mattine al lavoro era per conservare la tradizione e perchè le piaceva stare con la gente, sorridere e dispensare buoni consigli. In effetti era contenta di parlare con chiunque e chiunque poteva entrare nel suo negozio per fare due chiacchiere. Chiunque tranne gli adolescenti, i barboni e i cowboy.
Queste tre categorie non le poteva soffrire, e non aveva problemi a dirlo apertamente.

 

L’estate in cui anche il secondo figlio della signora Lucia ebbe la malaugurata idea di crescere fu un’estate torrida. Il sole sorgeva alle sette e restava piantato in mezzo al cielo fino alle nove di sera. Dopo quell’ora si poteva cominciare a vivere.
Il ragazzo si chiamava Diego, ma tutti lo conoscevano come Custer perchè una volta si era presentato a scuola vestito da generale nordista con una vera Smith&Wesson carica nel cinturone. Questo era successo anni prima, qualche settimana dopo che il padre se n’era andato di casa senza lasciare tracce. Era inverno e mancavano ancora quasi due mesi a carnevale, quindi il travestimento del ragazzino (che a quel tempo faceva prima o seconda media) aveva suscitato negli insegnanti un certo stupore e nei compagni di classe un bombardamento di scherzi e vessazioni. Era stato a quel punto che il futuro Custer aveva estratto la Smith&Wesson. Poi c’era stato un parapiglia generale e il ragazzino era stato trascinato in presidenza. Al preside e allo psicologo scolastico aveva detto di aver trovato la pistola in soffitta (probabilmente apparteneva a suo padre), mentre il vestito era un vecchio abito di carnevale di quand’era bambino. Era stato convincente nel dimostrare che non avrebbe mai usato la pistola ma non era riuscito a giustificare in nessun modo lo scopo di quella messinscena. “Era solo uno scherzo”, aveva detto, e poi si era chiuso in un mutismo pressochè totale. Alle amiche sua madre aveva ripetuto: “Era solo uno scherzo”, sorridendo in quella solita maniera innocente e soave. Del fatto non si era mai più parlato, nè in casa nè fuori. Ma intanto il giovane Diego si era trasformato in Custer.
Comunque da quell’inverno erano passati più di quattro anni - e ora sul mento di Custer stavano spuntando i primi peli. La scuola era finita da un pezzo (per lui era l’estate della terza liceo) e man mano che si avanzava verso il cuore della bella stagione le temperature si alzavano sempre di più e l’aria si faceva sempre più irrespirabile. Ad agosto la giunta comunale stava varando un piano d’emergenza per il risparmio delle risorse idriche quando a complicare ulteriormente la situazione si era aggiunta l’invasione delle cavallette.
Non si trattò di una vera e propria invasione (non si rese nemmeno necessario un programma di disinfestazione) ma fu comunque un fatto spiacevole. Era successo tutto pressochè nell’arco di una notte: milioni di cavallette erano migrate dalla campagna circostante per motivi ignoti e avevano deciso di stabilirsi in paese. Erano cavallette nere e particolarmente appiattite, simili a scarafaggi. E poi volavano solo di rado. A dire il vero non facevano nulla: si posizionavano sulle finestre, sui parabrezza delle auto e sulle vetrine dei negozi e rimanevano lì. Se le scacciavi tornavano. Se non le scacciavi non se ne andavano di loro spontanea volontà. Il comune organizzò una riunione straordinaria degli assessori e poi decise che probabilmente gli insetti sarebbero morti con l’arrivo di settembe e che quindi la soluzione migliore era aspettare. I cittadini più importani in quel periodo erano in vacanza in Tunisia o a Sharm-El-Sheik, quindi le lamentele che arrivarono alle orecchie del sindaco furono archiviate senza bisogno di troppe moine. Chi era rimasto in paese fu costretto a constatare l’evidenza, e nell’arco di pochi giorni tutti si furono abiutati.
E questo (le cavallette) era il secondo motivo di turbamento per il giovane Custer (il primo naturalmente consisteva nella calura eccezionale di quell’estate). Il terzo e più profondo stava invece nel fatto che proprio quell’agosto, e precisamente il terzo giorno del mese, si celebrava un anno dalla partenza di suo fratello per il Nord.

 

Il primogenito della signora Lucia si chiamava Matteo e non aveva mai avuto alcun soprannome. Era più vecchio di Diego di tre anni e non gli somigliava per niente: tanto il maggiore era alto, robusto e focoso, tanto l’altro era pallido, mingherlino ed effeminato. Questo temperamento irrequieto e turbolento Matteo l’aveva avuto fin da piccolo. A sei anni era scappato di casa ed era andato a vivere nel bosco. Aveva resistito quasi una settimana. Dormiva in una specie di grotta sotto le radici di una grande quercia e nonostante la giovane età era stato in grado di dosarsi le provviste che aveva rubato da casa. Le provviste consistevano per lo più in scatolette di tonno al naturale (riguardo alla sete si era arrangiato bevendo l’acqua del fiume, che era invaso dal cromo anche se a quei tempi nessuno lo sapeva). Quando il tonno era finito, Matteo era tornato a casa.
Quella piccola avventura infantile era stata sufficiente a conferirgli una luminosità particolare agli occhi del padre, che evidentemente aveva riconosciuto nell’irrequetezza del figlio la sua stessa irrequietezza e in quella volontà di fuga la summa dei suoi discorsi sulla “libertà” e sulla “bellezza”. Da quel giorno i due erano diventati inseparabili: parlavano delle grandi steppe desolate dell’America e guardavano insieme vecchi film western alla televisione. La madre, che avrebbe voluto una figlia, si era ritrovata con un figlio maschio che parlava di cose da maschio con un altro maschio. E aveva finito per affezionarsi al piccolo Diego, che era decisamente più mansueto.
Così i due fratelli avevano attraversato l’infanzia in maniera tanto diametralmente opposta che tra loro non si era mai stabilita una vera comunicazione. Matteo e suo padre partivano il week-end con la tenda e andavano a pescare in montagna - e intanto Diego prendeva lezioni di pianoforte e passava le serate scegliendo i colori per l’uncinetto di sua madre. Le differenze si notavano soprattutto in relazione al “Madamadorè”. Matteo aveva sempre odiato quel posto con tutte le sue forze (quando sua madre lo portava con lei al lavoro faceva scenate isteriche e si chiudeva in bagno), mentre Diego era felice di passare lunghi pomeriggi invernali a guardare le bamboline di ceramica e ad ascoltare le melodie scordate dei vecchi carillon. E poi c’era la vita sociale - cioè le ragazze e gli amici. Matteo non aveva amici, però aveva baciato la prima ragazza a nove anni e fatto l’amore per la prima volta a quindici. Diego aveva amici che gli somigliavano (pallidi, gracili, sorridenti) e si dimostrava incredibilmente scandalizzato di fronte ai racconti pornografici che gli faceva suo fratello. Insomma, nell’arco di pochi anni tutto era diventato molto chiaro: i due figli della signora Lucia non avevano proprio niente da dirsi l’un l’altro.
Poi c’era stata la prima svolta: una notte di dicembre il padre dei due fratelli era salito sul suo stallone rosso fuoco ed era scomparso per sempre. In maniera del tutto insospettabile, a subire maggiormente il colpo era stato Matteo, il più forte dei due, il Caino della situazione. Diego (che di lì a poco sarebbe diventato Custer) non aveva detto assolutamente nulla. Non aveva pianto nè si era arrabbiato nè aveva modificato il benchè minimo dettaglio nella sua maniera di relazionarsi al mondo esterno. Matteo (che a quei tempi aveva quindici anni) invece sembrava essersi trasformato. Di più: dopo la fuga del padre sembrava subire un processo di mutazione continua e inarrestabile. Inizialmente aveva provato a ricostruire un rapporto con la madre. Poi aveva deciso di abbandonare gli studi ma alla fine aveva desistito. Poi si aveva cominciato a tornare a casa ubriaco il sabato sera o a non tornare a casa per nulla. Alla fine, con molta fatica, era riuscito ad ottenere il diploma di maturità classica. Poi era successo qualcosa.
Era estate, un agosto fresco e piovoso, e Matteo si era diplomato da pochi mesi. Tutto luglio l’aveva passato bighellonando nervosamente per le strade del paese o dormendo da qualche parte nella grande casa di famiglia. Una sera era tornato a casa dopo una di queste peregrinazioni senza meta e si era seduto a tavola per la cena. Sulla tavola c’era una tovaglia bianca e sopra la tovaglia bianca gaspacho freddo, prosciutto di Praga, un’insalata di soya e una bottiglia a metà di Dolcetto delle Langhe. Matteo non aveva toccato nessuna di queste cose. Aveva guardato sua madre negli occhi e aveva detto: “Parto per il Nord”.
La signora Lucia era rimasta impassibile. Immobile e silenziosa come una statua. Questo per molti secondi, forse un minuto intero. Poi aveva guardato Diego (ma senza veramente guadarlo, in realtà guardava un punto della tovaglia bianca vicino a Diego) e aveva detto: “Vai in camera tua”. E a quel punto Custer (a quei tempi era già Custer da più di tre anni) si era ritirato e non aveva sentito nè saputo più nulla.
Già la mattina dopo suo fratello non c’era più.

 

II.

Così erano rimasti soli. Il cowboy adolescente e il sorriso candido di sua madre che sembrava riempire la galassia. Matteo era partito e la signora Lucia aveva cominciato a sorridere più di prima. “E’ andato al Nord”, diceva alle amiche senza specificare. E poi: “I giovani sono fatti così, hanno voglia di avventura”. Intanto al suo odio per i cowboy si era aggiunto quello per gli adolescenti (che come i cowboy scappano nella notte come ladri) e per i barboni - perchè a pensarci bene cosa poteva fare Matteo lassù nel Nord, se non il barbone? Eppure sorrideva e diceva di sentirsi felice. Ormai era passato un anno dalla scomparsa di Matteo (un anno senza telefonate nè lettere nè e-mail) ma la signora Lucia si sentiva completamente, irrimediabilmente e assolutamente felice.
E intanto era tornata l’estate. Con la calura soffocante e l’invasione delle cavallette nere che sembravano scarafaggi. La signora Lucia non si dava pensiero nè della calura nè delle cavallette, si svegliava presto la mattina e si chiudeva nel suo negozio traboccante di ninnoli. Il giovane Custer passava ore e ore da solo nella grande casa e si guardava allo specchio. C’era qualcosa di nuovo nel suo volto ma non capiva cosa. L’espressione? Il principio di barba sul mento e sotto il naso? Non lo sapeva e non voleva saperlo. La sera, quando finalmente quel sole da mezzogiorno di fuoco calava dietro le colline, lasciava le ombre protettive della casa e incontrava i suoi amici pallidi e sorridenti come lui. Ma anche in loro c’era qualcosa di diverso. Parlavano in maniera diversa, e sembrava che dentro di loro si stesse combattendo una guerra senza eserciti ma piena, stracolma di esplosioni. Il più delle volte Custer si limitava ad osservare la situazione senza trarre conclusioni. Guardava i suoi amici e loro guardavano lui e nessuno diceva niente. Poi, verso mezzanotte e non più tardi, ognuno tornava verso casa.
La cosa più singolare di tutte era l’evoluzione che Custer e i suoi amici avevano compiuto nell’arco di pochi mesi: a quindici anni erano pallidi e ordinati figli di famiglie benestanti, a sedici pallidi e ordinati figli di famiglie benestanti travestiti da punk. Ma anche qui i conti non tornavano. In paese c’erano i veri punk (quelli che dormivano a terra abbracciati ad una mandria di cani pulciosi, ascoltavano la techno e stavano sperimentando il seducente percorso che dall’hashisch porta al crack e dal crack all’eroina) e i punk come Custer e i suoi amici, vestiti di nero e stracolmi di spillette e maglie a righe e con gusti musicali quantomeno confusi. I primi odiavano i secondi e i secondi facevano finta di niente. Ma Custer no. Guardava sè stesso e i suoi amici e chissà perchè tutte quelle spillette e quei gingilli gli portavano alla mente le bambole di cercamica e i carillon del “Madamadorè”. In fondo, gli sembrava, niente era davvero cambiato.
Così passava le giornate interminabili di quell’estate torrida nella sua camera da letto, in uno stato di assenza che nelle ore più calde del giorno rasentava una forma cronica di catatonia. La camera da letto era la stessa di sempre, non era mai cambiata: pareti azzure, scaffali ordinati, foto di famiglia e coppe di partecipazione per i tornei di basket dell’oratorio - roba che risaliva quasi a dieci anni prima. E la catatonia a guardarla bene era stupore. Sgomento. Come dire: “Che ci faccio qui? Che mi sta succedendo?” Il bambino che era in lui guardava il teatro di un’imminente Little Big Horn e non si decideva a suonare le trombe. Custer in quel momento era da tutt’altra parte - oppure non era mai esistito.
Poi arrivò agosto.

 

Con l’intensificarsi del caldo e l’ordinanza comunale per il risparmio delle riserve idriche lo stato catatonico di Diego era decisamente peggiorato. Poi le cavallette cominciarono ad infestare i vetri di tutto il paese e successe qualcosa di più: cominciò a cadere addormentato nei luoghi, alle ore, e nelle posizioni più improbabili. Per esempio stava guardando in televisione un serial deidcato ai medici, alle tre del pomeriggio, e di colpo si metteva a dormire come un sasso. Oppure si sedeva alla scrivania in camera sua e crollava con la testa tra le braccia. Una volta si addormentò seduto su una panchina mentre parlava di musica con due amici, ma fu solo per un attimo e per fortuna nessuno si accorse di niente.
Tutto questo addormentarsi in maniera pressochè casuale non lo spaventava, però contribuiva a confondere ulteriormente i suoi pensieri. Alle volte gli capitava di svegliarsi intontito sul letto di camera sua senza ricordare assolutamente cosa stesse facendo prima dell’attacco di narcolessia. Capitava che si svegliasse perchè sua madre lo chiamava per cena - e nel frattempo il sole stava tramontando e cos’era successo durante tutta quella giornata? I giorni cominciarono ad accavallarsi, le ore di luce si confondevano con quelle di buio. A volte la notte non riusciva a prendere sonno - per il caldo e per il rumore schifoso che le cavallette facevano strisciando contro i vetri. Allora usciva in giardino e restava a guardare la luna come un licantropo. E in effetti questo si sentiva, un licantropo. Non aveva paura, ma non capiva e forse non avrebbe voluto capire. Poi successe una cosa.
Era verso la metà di agosto, i giorni morti che stanno a cavallo dei quindici del mese e in cui la gente non fa altro che mangiare carne grigliata a casa dei parenti e dormire sulle straio nel giardino di casa. Diego stava dormendo placidamente sul letto di camera sua quando si svegliò di colpo e si tirò a sedere. Rimase un attimo in quella posizione, immobile. Si sentiva particolarmente confuso. Che ore erano? La stanza azzurra era invasa da una penombra polverosa e sonnolenta. Andò alla finestra e aprì una feritoia nelle tende di lino bianco. Fuori il cielo era senza colore. Aveva già cenato? Non ricordava. Scese in salotto per cercare sua madre ma non la trovò. Forse era uscita con le amiche. Quindi probabilmente avevano già cenato. Si lasciò cadere sul divano e si addormentò di nuovo.
Quando si svegliò era ancora in camera sua, ma questa volta era notte. Non sapeva che ore erano e non gli passò nemmeno per il cervello di cercare un orologio per scoprirlo. Si sentiva più confuso di prima. C’era un tumulto dentro di lui - un’urgenza. Si alzò meccanicamente dal letto e si rese conto che indossava il pigiama. Quando si era cambiato? L’aveva fatto da solo o era stata sua madre? Senza pensare a quello che stava facendo si spogliò nudo e si guardò allo specchio. Non pensò niente. Aprì l’armadio e prese le prime cose che gli capitarono sotto mano: un paio di mutande, calze di cotone blu, jeans, una maglietta nera con al centro un grosso teschio bianco sorridente e una felpa nera con il cappuccio. Indossò gli abiti e scese le scale per andare in salotto.
Aveva fatto soltanto un paio di gradini quando un’immagine confusa attraversò la sua mente. Mancava qualcosa. Risalì le scale e tornò in camera sua. Poi estrasse dall’armadio la scala a pioli e la appoggiò al muro. Salì fino in cima e aprì la botola che portava in soffitta.
In soffitta era tutto completamente buio, ma lui sapeva dove andare. C’era un piccolo baule in un angolo sotto il lucernario. Lo aprì. La Smith&Wesson era lì dentro, coperta dalla fodera di velluto rosso, esattamente dove l’aveva trovata la prima volta. Controllò: era carica. La infilò nei calzoni, scese la scala a pioli, chiuse la botola e lasciò la sua stanza. Scese le scale e arrivò in salotto. Non accese nemmeno le luci. Aprì la porta d’ingresso e uscì nella notte buia, umida. Per un attimo rimase immobile nell’aria fresca, profumata di fieno e di benzina. Sentiva l’umidità sulla pelle e il rumore strisciante delle cavallette contro i vetri delle case. Guardò la luna piena che rischiarava le strade.
Poi si mosse. Doveva andare.

 

La mattina dopo fu svegliato da sua madre. Lo venne a chiamare in camera e gli disse che doveva parlargli. Lui si alzò e si vestì in fretta. Poi vide la pistola che spuntava sotto il cuscino. La nascose in un cassetto e scese le scale.
La signora Lucia lo aspettava nella grande cucina bianca, seduta al tavolo sul quale era stata preparata una abbondante colazione. Gli chiese come stava e lui rispose che non c’era male. Gli chiese se avesse dormito bene e lui rispose di sì. Poi sorrise e rimase in silenzio per un pezzo, sempre sorridendo. Alla fine disse: “Questa notte qualcuno ha distrutto il negozio”.
Poi sorrise di nuovo, ma dietro il sorriso c’erano fiumi di lacrime. Diego notò quelle lacrime e si accorse che gli occhi di sua madre erano arrossati e segnati da profonde occhiaie. Poi ricordò la pistola. Si sentì svenire. Cos’ho fatto, pensò. Ma non riusciva a ricordare. Dio mio, si disse, dio mio, cos’ho fatto. Ma nella sua memoria la notte precedente era un enorme buco nero, silenzioso, confuso. Rimase paralizzato. Voleva guardare sua madre ma non ne aveva il coraggio. Voleva abbracciarla e scoppiare a piangere e chiederle scusa per tutto, per la pistola e per i carillon distrutti del “Madamadorè”, per la barba che stava cominciando a crescergli e per la paura tremenda che adesso - adesso sì - provava di sè stesso. Ma non fece niente. Rimase lì immobile, senza muovere un muscolo, i pensieri che giravano in tondo ad una velocità impressionante. Quando sua madre parlò non riuscì a capire cos’avesse detto. Le chiese di ripetere e concentrò tutte le sue energie per riuscire a penetrare il significato di quelle parole.
“La polizia li ha presi questa mattina”, stava dicendo sua madre. “Due ragazzini delle tua età, due mezzi vagabondi”. Fece una pausa e il suo sguardo si perse nel vuoto, lungo le pareti bianche della cucina. “Dicono che non sanno perchè l’hanno fatto. Hanno detto che si annoiavano”. Poi sorrise e si alzò. “Ora devo andare alla polizia per fare la denuncia”, disse, sempre senza smettere di sorridere. “Volevo solo dirtelo. Volevo che lo sapessi da me e non da qualcun’altro”. Poi lo baciò sulla fronte, prese dal tavolo la borsa e le chiavi della macchina e si avviò verso la porta. “Ciao”, gli disse. E poi, e sempre sorridendo e con gli occhi pieni di lacrime: “Ti voglio bene”. Poi uscì.
Diego rimase seduto al tavolo ancora per molto tempo, quasi per un’ora. Si sentiva confuso. Non riusciva a pensare e comunque non sapeva cosa esattamente avrebbe dovuto pensare. Poi anche lui si alzò e tornò in camera sua. Non fece in tempo a sedersi sul letto che subito si addormentò.

 

Quando si svegliò era pomeriggio inoltrato. La luce che filtrava attraverso le tende di lino era calda, di una tinta dorata. Non aveva pranzato, ma non aveva fame. Riusciva a sentire al piano di sotto sua madre che si muoveva, sistemava le stoviglie, forse stava già apparecchiando per la cena. Perchè non l’aveva svegliato prima? Ma non contava, non era quello adesso l’importante. Si alzò dal letto, si lavò la faccia e scese le scale.
Quella sera Diego e sua madre cenarono insieme e mangiarono tagliata di manzo piemontese con la rucola, un pezzo di grana che arrivava direttamente da Parma, e una creme brulè che la signora Lucia aveva fatto quel pomeriggio. La tovaglia sui cui erano ordinatamente disposte le pietanze era di un candore accecante. Cernarono con calma e non parlarono del “Madamadorè” andato distrutto nè di Matteo o di suo padre e nemmeno della Smith&Wesson. Cenarono poi bevvero il caffè e poi la signora Lucia uscì con le sue amiche. Diego rimase sveglio a guardare la televisione per un po’, poi andò a dormire.
Quella notte fece uno strano sogno. C’era lui travestito da generale Custer che camminava per le strade del paese, la Smith&Wesson puntata in avanti. Sparava ovunque, ai passanti, alle vetrine dei negozi, alle auto parcheggiate. Quando arrivava davanti al “Madamadorè” si rendeva conto che quella era la meta del suo viaggio, il luogo che aveva sempre cercato. Caricava la pistola e stava per sparare quando una grossa automobile rossa e sbuffante lo investiva. Nell’auto non c’era nessuno - questo Custer lo sapeva. Di colpo si ritrovava a terra con l’auto che lo sormontava come una bestia feroce, e provava dolore e paura. In una fase successiva del sogno lui era paralizzato e costretto perennemente a letto, giorno e notte, mentre fuori era estate e i suoi amici correvano per le strade e urlavano il suo nome da sotto le finestre. Lui non rispondeva. Restava lì in silenzio e aspettava qualcosa. Poi quel qualcosa arrivò. Era sua madre e si prendeva cura di lui. Lo lavava e lo profumava e sembrava molto felice di farlo. Poi di colpo Diego notava qualcosa: sua madre indossava un paio di jeans, e nella cintura che stringeva i jeans era infilata la Smith&Wesson. Allora cominciava ad urlare.

 
Fu a quel punto che il sogno si interruppe. Diego si svegliò e rimase qualche minuto nel letto, con gli occhi spalancati, tremante. Man mano che il tempo passava però l’incubo si dissolveva dalla sua mente. Sentì prima il calore del letto, poi la morbidezza delle lenzuola di cotone contro il suo petto nudo. Percepì il suo corpo.
Poi sentì il rumore delle cavallette contro le finestre della casa (il loro rumore dolce e rassicurante) e capì che andava tutto bene.

photo by futurowoman on flickr.com

Marzo 18, 2008

(dopo mesi di silenzio boring machines riparte da) una recensione insolita: Amen dei Baustelle

PARTE PRIMA (ovvero perchè sono arrivato a questo disco e soprattutto come ci sono arrivato)1

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(photo by: J.Ota, on Flickr.com)

Quattro anni fa lasciai la casa di mia madre (nel basso novarese, in quella terra di nessuno che congiunge Piemonte e Lombardia) per salire sul treno che mi avrebbe portato a Torino. Ero pieno di speranze confuse, la maggior parte delle quali espresse sotto forma negativa: non essere più questo e quest’altro, non fare più questo e quest’altro eccetera. Avevo con me poche cose: una copia dei Quarantanove racconti di Hemingway (ma ancora non potevo sapre di cosa parlasssero davvero, quei racconti) e un iPod pieno di musica scaricata alla rinfusa nella fretta dei preparativi. Tra i pezzi uno in particolare mi colpì: si chiamava Martina (non sapevo perchè diavolo l’avessi scaricato, forse a causa dell’eco lontana di adolescenza che mi suggeriva quel nome), lo riascoltai alcune volte e appuntai il nome del gruppo sul retro di copertina del volume Mondadori di Hemingway. Mi ripromisi di fare qualche ricerca, e per il momento la cosa finì lì. Fuori si era fatto buio e il treno era entrato nella cintura di Torino. Rimasi a guardare luci e ombre cercando di pensare il meno possibile.

Dodici mesi dopo tutto era cambiato, ed erano cambiate anche le mie letture: non più Hemingway né Pavese (né Thoreau o Sherwood Anderson) ma Bolaño, Mutis, Ballard, Kafka, Bernhard. Un libro che rilessi almeno quattro volte nel corso di quell’anno si intitolava Le cose del mondo sono fumo e questo era il mio pensiero costante: naufragio, crollo delle speranze, cattedrali costruite nel bel mezzo della foresta nera e lasciate per sempre incmpiute. Erano cambiati anche i miei ascolti, approdavo allora ai Sonic Youth, agli Einsturzende Neubauten, allo shoegaze, all’elettronica. Cosa fosse successo esattamente dal momento in cui avevo lasciato il paese per trasferirmi nella grande città (che a guardarla bene non è così grande, ma io allora non potevo saperlo) è inessenziale ai fini di questo discorso. Quello che conta è ciò che nel corso di quel primo anno di università scoprii (o intuii): la solitudine, il dolore, l’ansia, le notti di panico e insonnia vissute nella certezza di una fine imminente – fine che naturalemte non arrivava mai, trascinando l’attesa giorno dopo giorno, ora dopo ora. La consapevolezza di un mondo instabile, la nevrosi collettiva del post-undici settembre, la scoperta di non essere unici e non essere immortali, la visione paralizzante del lato oscuro dell’esistenza: niente di strano. Eppure un niente (Il niente, il vuoto) al quale non sei preparato, perchè nessuno a scuola ti ha mai insegnato che esiste, perchè tutti intorno a te sembrano ignorarlo, perchè il processo di rimozione del malessere è l’unica cosa che funziona ancora in quest’Occidente malato… niente di strano, dicevo, chiunque l’abbia provato sa di cosa parlo. E non voglio nemmeno dilungarmi, o ammantare questa cosa di troppa letteratura. Ma era un inizio (l’unico inizio possibile del destino umano) e una fine (la prima vera fine che fui costretto ad affrontare) e fu doloroso. Fu grazie a questo dolore che iniziò il mio rapporto con la musica dei Baustelle.

In quello stesso periodo comincai con la psicoterapia. Poi abbandonai la psicoterapia per rivolgermi ad uno psichiatra: presi ipnotici e tranqullanti, ansiolitici e antidepressivi. Quando capii (ne sono tuttora fermamente convinto) che la soluzione non è nei farmaci ricomincai le sedute di psicoterapia (che proseguono tuttora regolarmente). Un pomeriggio di primavera ripresi in mano il volume di Hemingway e sul retrodi copertina trovai scritto il nome di quel gruppo che nel frattempo avevo praticamente dimenticato. Visto che mi ero munito di un computer con connessione ad internet scaricai altri pezzi (che mi piacquero di più ad ogni ascolto) finchè non decisi di comprarmi un album, il primo, Sussidiario illustrato della giovinezza. E questa volta fu una folgorazione; perchè lì dentro c’era tutta l’adolescenza, come l’avevo vissuta e come cercavo di raccontarla ogni vlta che scrivevo; perchè c’era amore e disperazione, e ironia e un qualcosa di acerbo e vibrante che riconoscevo interamente come mio. La moda del lento me lo persi2 (lo ascoltai solo alcuni anni più tardi) e quando si arrivò al boom (decisamente tardivo) de La malavita potevo già considerarmi un eistimatore più ancora che un fan. Gli ultimi versi de Il corvo Joe e pezzi come I provinciali (che non potevano far altro che ricordarmi me stesso) mi fecero capire c’era ancora dell’altro. Poi, esattamente diciassette giorni fa, è uscito Amen.

PARTE SECONDA (cioè il disco)

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Eviterò in questa sede di fare la “classica” (almeno stando alle recensioni comparse sul web per quest’album) disamina brano per brano, e questo almeno per due motivi: primo perchè non ho nessuna competenza per un’analisi di stampo tecnico di qualsivoglia lavoro musicale; e secondo perchè in Amen, come in un racconto di Carver, conta molto di più il non detto (l’atmosfera, tutte quella sfera di sensazioni epidermiche che in qualche modo vanno oltre l’espressione artistica) della composizione musicale stessa. Quindi quello che state per leggere è il resoconto delle mie emozioni di fronte ad un’opera d’arte, e poco conta, qui, che si tratti di musica o di altro. Non una recensione tout curt, insomma, ma qualcosa di leggermente diverso.

La prima cosa importante da dire a chiunque voglia accostarsi a questo ascolto è di seguire il consiglio di Bianconi & Co. riportato all’interno della custodia del disco: questo non è un album da sottofondo, va ascoltato a volume alto, meglio se in cuffia. Detto ciò, la prima cosa che colpisce è la differenza sostanziale che si nota tra Amen e i precedenti lavori della band toscana. Insomma, prima di tutto si rimane spiazzati: gli arrangiamenti sono corposi, le armonie complesse, la melodia compie virate bruschissime da passaggi tra semitoni vagamente dissonanti e chiusure cantabili che ricordano la più commericale tradizione pop italiana (il ritornello de L’aeroplano) o addirittura il jingle pubblicitario. La stessa vena schizofrenica la si ritrova a livello di testi: dalle citazioni coltissime (e esasperate) di Baudelaire all’ostaggio di un linguaggio colloquiale ai limiti della banalità (in Charlie fa surf: “Io non voglio crescere, andate a farvi fottere”, detto da un quindicenne pasticcomane…). Colpisce poi l’utilizzio ampio di archi e fiati, il ricorso (assolutamente inedito nei Baustelle) a vasti spezzoni strumentali, l’accostamento a generi musicali tra i più disparati (dal pop all’elettronica, dalla fusion alla bossa fino alla western sountrack della seconda traccia nascosta). Insomma, una gran confusione.

Le cose cominciano a chiarirsi dopo il secondo o terzo ascolto e dopo un’accurata lettura dei testi. Allora si ritrovano i Baustelle che conoscevi, con ampi riferimenti che vanno dai Pulp a Battiato fino al cantautorato italiano più tradizionale. E questo ti rassicura. Ma c’è dell’altro che ancora non riesci a penetrare, senti che ciò che conta ancora non ti è arrivato…

Il passo successivo (ma qui sto parlando a livello strettamente personale; immagino che le cose cambino per ogni ascoltatore) è una sensazione di angoscia e schianto e liberazione tutto sovrapposto, e anche, in un certo qual modo, soffocante. Superato lo scoglio dei primi ascolti l’essenza di questo lavoro comincia a trapelare sempre più rapidamente, è come una diga che esplode e valanghe d’acqua ti si riversano addosso. E comincia a sfilarti davanti una carrellata di ombre, naufraghi della deriva occidentale e assassini in giacca e cravatta, cannibali e schiavi magrebini nei campi di pomodori di Foggia, sadomasochisti, gente che non ha più voglia di vivere e gente che vorrebbe vivere e chiede una grazia che non potrà mai ottenere… e poi ci sono i simboli, i miti della nostra Storia che si confondono l’uno nell’altro, pistoleri e detective, guerra armata e avanguardia, DC e PCI, e l’eco delle guerre infinite del Medio Oriente e astronavi che lievitano in un “ingoto spazio profondo” che sembra liquido amniotico, e poi ancora Pasolini e Socrate, e la morte in diretta di Alfredino Rampi…

I toni variano entro uno spettro pressochè infinito di emozioni umane. Si va dal disagio psichico trasfigurato in pop (Il liberismo ha i giorni contati: qui la creazione di immagini raggiunge uno dei suoi punti più alti; ogni singola parola è tagliente e ineluttabile come il destino contenuto nei nervi e nel sangue dell’uomo contemporaneo) fino all’hard boiled di matrice politica (Colombo, un piccolo saggio sul Male), dall’estasi visionaria (L.) fino all’intimismo più straziante (Alfredo, forse, tutto considerato, il pezzo migliore dell’album) all’”inno rock-and-roll” liberatorio e (solo apparentemente) scanzonato (Panico!).

Fino al breve pezzo che chiude l’album, Andarsene così, con echi di quelle feste massificate dell’elettronica anni 90 (in sottofondo voci e cori – una partita di calcio? - e un loop di synth stile Underworld) e il cantato di Bianconi che chiama all’impegno civile (o meglio alla resistenza civile) da profondità siderali, lasciando stupefatti (e commossi) perchè una cosa così, in Italia, non si vedeva da molto tempo.

PARTE TERZA (discussione; o anche: non so se ve ne siete accorti ma da un po’ di tempo a questa parte tira aria di catastrofe)

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(photo by: Norma Desmond, on Flickr.com)


Direi che le considerazioni extra-musicali relative al nostro discorso si estendono in due direzioni principali:

1. L’arte buona è quella che pone radici nel lato oscuro dell’anima, o anche: conosci te stesso.

Qualche riga sopra dicevo che con il mio arrivo a Torino (e la crisi che ne è necessariamente derivata), con il mio accostamento alla psicologia e il transito nel mondo degli antidepressivi sono cambiate anche le mie letture: non più Hemingway o Pavese, dicevo, ma Ballard, Bernhard ecc. Ma qual’è la differenza tra Pavese e Ballard, ci si potrebbe chiedere, cosa rende un autore radicalmente differente dall’altro?

Mi viene abbastanza naturale distinguere in due tipi di elaborazione artistica della realtà: un’elaborazione tesa a ignorare (o vincere o superare) il malessere e un’elaborazione che tende invece a scontrarsi con il malessere, a conoscerlo, a farlo proprio e dunque (ma solo a quel punto) alleggerirlo del suo peso insostenibile. Ogni volta che mi trovo nelle mani un libro di Hemingway (per molto tempo uno dei miei autori preferiti) non posso far altro che provare un senso di falsità: tutte quelle parole mi sembrano scritte all’unico scopo di mascherare l’ineluttabilità del destino umano – a far finta che la morte non esista. (E così fu la sua vita: il safari in Africa per annullare l’essenza propria e del proprio tempo.) Hemingway e Pavese videro il vuoto3 ma costruirono un’architettura infinta per evitare di affrontarlo (la guerra, il mito eccetera). E finirono per suicidarsi quando semplicemente non c’era più nient’altro da fare.

A differenza loro, Ballard o Bernhard o Kafka (ma, per cambiare ambito: gli Einsturzende, Nick Cave e i Bad Seeds, i Sonic Youth) cominciano il loro percorso da una presa di coscienza estrema del Male; e alla fine del percorso il Male viene compreso, conosciuto, addomesticato4.

Detto ciò mi sembra che il passo per collegare questi mostri sacri all’ultimo lavoro dei Baustelle sia piuttosto breve. Perchè proprio questo (credo) è il punto di maggior valore di Amen – e siamo già oltre ad un giudizio asettico sulla compiutezza o meno di un artefatto artistico; si tratta già di militanza, in qualche maniera. Perchè lungo le quindici (più due) tracce si respira un’aria di infinita consapevolezza del problema del Male (individuale, storico, sociale, spirituale, divino), e perchè quello stesso Male viene addirittura, in qualche caso, esorcizzato (si veda per esempio Panico!, un vero e proprio “inno” all’accettazione del proproio malessere). E dire cose del genere (e dirle in modo così compiuto), lasciate che lo ripeta, è indice di una maturità profonda e difficilissima da raggiungere; è segno che forse, almeno da qualche parte, le cose stanno cambiando.

2. Storia presente e militanza

E arriviamo al punto principale. Signore e signori, le Torri Gemelle sono cadute. L’America è in recessione economica, manipulite e le stragi mafiose sono passate da quindici anni, la Russia è governata da un ex dirigente del KGB, la guerra in Medio Oriente rischia di diventare più pericolosa della pericolosissima atomica coreana. I prezzi dei beni di prima necessità sono alle stelle, la tensione sociale è palpabile per le strade delle città (le province collassano nel silenzio, con qualche morto ammazzato di tanto in tanto) e come se non bastasse al governo del nostro Paese rischia di tornare un massone dai comprovati legami con Cosa Nostra.

Oppure possiamo metterla così: io ogni tanto ho il panico, Francesco Bianconi ha (o ha avuto) il panico, molti di voi che state leggendo sapete cosa significa avere il panico. Possiamo pensare di essere noi i malati o possiamo renderci conto che questo maledetto panico è una malattia sistemica e non individuale, che la pressione sotto il coperchio della pentola è a livelli davvero troppo alti e che bisogna fare qualcosa perchè le cose cambino.

Viviamo in un tempo e soprattutto in un luogo di oscillazioni (davvero schizofreniche) tra immagini della realtà diametralmente opposte: si va dalla nostra piccola Italia di colletti bianchi, dove tutto ancora oggi nel 2008 appare morto e stagnante5 a immagini insistenti di un futuro prossimo di grandi sconvolgimenti socio-politici (il clima, il terrorismo internazionale, la polarizzazione della lotta politica, la globalizzazione e l’anti-globalizzazione, la clonazione, l’ecosostenibilità eccetera), un presente insomma che conserva in sé i tratti fantascientifici di un futuro che parrebbe (nel bene e nel male) ineluttabile.

Ora, il succo di tutto questo lungo discorso è che per noi, italiani alle soglie delle ennesime elezioni politiche, futuri cittadini dell’Unione Europea e occidentali in crisi, un lavoro come Amen acquisisce un importanza capitale. E non per perdersi in un elogio sperticato dei Baustelle o di chi come loro cerca di fare del proprio mestiere d’artista un bene utile al sociale (o un macigno di militanza politica); ma perchè un album come Amen è il segnale che le cose stanno cambiando, o quantomeno che le cose possono cambiare. Direte voi che non era del tutto necessario spandersi in tante parole per giungere ad una conclusione così semplice – ma questa conclusione semplicissima è oggi, e soprattutto in Italia, difficilissima da sostenere.

Quindi invito tutti coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare a questo punto ad ascoltarsi Amen con attenzione e a meditare. Ma non solo. Invito tutti quanti a tenersi informati e a prendere coscienza delle grandi transizioni che stiamo vivendo, invito chi legge a leggere sempre i più e chi scrive a rendersi conto che la scrittura, come qualunque altro atto umano, è necessariamente militanza politica, comunque la si voglia mettere.

È un appello facile da esprimere e difficilissimo da perseguire – me ne rendo conto – però mi sembra l’unica cosa onesta che può essere detta, senza retorica, in questi tempi di parole vuote. Non si sa mai che, contro ogni previsione, ci sia un futuro anche per noi.

NOTE:

1Nota per il lettore. Prima che cominci vorrei chiederti un favore: flessibilità. Insomma, arrivato alla fine della prima parte ti stupirai delle coincidenze e penserai con astio che ti ho perso in giro o che sono un inguaribile narcisista. Be’, non è questo l’intento. Voglio dire che sì, questo resoconto pseudo-veritiero del mio incontro con la musica dei Baustelle non è del tutto aderente allla realtà. Ma “boring machines” è un blog dove si parla soprattutto di letteratura (si scrivono racconti, per lo più) e anche questo pezzo vuole essere qualcosa a metà strada tra una narrazione, una confessione, una recensione musicale, un analisi del tempo presente e un appello alla militanza politica. Quindi fidati: il succo del discorso è ricalcato fedelmente sulla realtà come l’ha vissuta chi sta scrivendo. Le circostanze del discorso invece sono romanzate. Spero sinceramente che ciò non ti disturbi più di tanto. (Peraltro, se non sei un lettore abituale di “boring machines”, questa prima parte puoi tranquillamente saltarla. Senza sensi di colpa, davvero.)

2Tenete conto di questo: Sussidiario è del 2000 e io lo ascoltai per la prima volta interamente nel 2005, poco prima che uscisse La malavita. La moda del lento è del 2003 e io lo ascoltai nel 2006, cioè due anni fa.

3Si badi: qui si sta gia parlando di esseri umani con un alto livello di consapevolezza: Hemingway e Pavese fecero i conti con il vuoto, ma non riuscirono a superarlo. Chiunque nella sua vita decida che il vuoto proprio non va considerato, semplicemente parte da presupposti troppo diversi dai miei perchè un dialogo proficuo sia possibile.

4Sull’ironia in Kafka leggetevi Deleuze-Guattari – Per una letteratura minore. Fatelo davvero, è splendido.

5Questo senso di decomposizione è presente lungo tutto il percorso di Amen come un verme strisciante. Bianconi a volte usa immagini degne dell’Ecclesiaste e anche questo, a mio avviso, gli rende merito.

Marzo 4, 2008

da “racconti di demonologia” di rick moody

“Qualsiasi sventurato portava davvero con sé un messaggio divino, E’ giunta l’ora del pentimento. Mi capite, no?”

p. 103 edizione Bompiani